Alla donna che mi ha aperto le vie dell’amore infinito, e, pur essendo stata una meteora, illuminerà per sempre i cammini del mio cuore. Arianna Amaducci
NOTE SULL’AUTRICE
Arianna Amaducci è un’artista multiforme: poetessa, pittrice, romanziera. Debutta con questa opera autobiografica, intima e sofferta, che si innesta nella migliore tradizione della narrativa introspettiva, della quale Il male oscuro di Giuseppe Berto costituisce forse il precedente più conosciuto nel panorama letterario italiano.
In copertina: Un’opera pittorica dell’autrice, Leggerezza.
Ha collaborato alla pubblicazione di questo libro in veste di redattore Guglielmo Colombero, scrittore torinese, già direttore di sala del cinema Giardino d’Essai, autore dei romanzi storici Himilce la sposa di Annibale e Tomyris la signora delle tigri, entrambi editi da Falzea.
Prefazione
Il tempo, il luogo, la sostanza perdevano gli attributi che costituiscono per noi le loro frontiere; la forma non era più che la scorza in brandelli della sostanza; la sostanza fluiva via goccia a goccia in un vuoto che non era il suo contrario; il tempo e l’eternità erano la stessa cosa, come un’acqua nera che fluisce in una falda d’acqua nera immutevole. Marguerite Yourcenar, L’Opera al Nero
L’approccio con questa opera prima di Arianna Amaducci, poetessa e pittrice di raffinata sensibilità sia figurativa che letteraria, ha suscitato in me una ridda di emozioni contrastanti: devo confessare che, sin dalle prime pagine, la freddezza professionale solitamente imposta all’editor si è subito liquefatta in un coinvolgimento emotivo che mi ha scosso e turbato profondamente. Gli sprazzi di lirismo struggente che illuminano soprattutto la prima parte, dove Arianna si addentra nella dolorosa rievocazione della sua infanzia tormentata, trafiggono come spine, specie quando l’autrice tratteggia il suo «gruppo di famiglia in un interno»: un sordido microcosmo piccolo borghese, in cui il perbenismo ipocrita è talmente radicato da stendere una cortina di omertà sulle molestie sessuali subite da Arianna in oratorio, colpevolizzando la vittima e non il carnefice. «Oggi io sono l’amore che divora. La calura che toglie le forze. Il miasma asfissiante da cui corre lontano chi ho amato e chi amo»: è quasi una sentenza di condanna contro un innocente che Arianna pronuncia contro se stessa, dopo aver ripercorso con impietosa lucidità i sentieri del disagio mentale, sfociati in un paio di occasioni in agghiaccianti episodi di autolesionismo. Emarginata dalla famiglia, divisa fra due amori che incarnano per lei una lacerazione insanabile, capace di slanci passionali incandescenti seguiti da cadute verticali nella più cupa e devastante depressione, Arianna si interroga continuamente sulle radici del proprio malessere. Ma le risposte si contorcono in nuove domande, in altri angosciosi interrogativi irrisolti che continuano a riecheggiarle nella mente. Il senso di estraneità che pervade il titolo stesso del romanzo è frutto di un’afasia comunicativa, di un grido strozzato che nessuno raccoglie: Arianna non capisce il mondo in cui vive, come un’aliena precipitata sulla terra da un altro pianeta, e il mondo non capisce lei. «Oggi penso che mi manca qualcosa, una connessione, un meccanismo, un enzima, o non so che altro, e questo mi impedisce di capire la realtà, interpretarla e adattarmi a essa». Eppure la vitalità di Arianna è inesauribile, rigenera se stessa nella contemplazione della natura, si sublima in piccoli gesti d’amore verso le creature più fragili e indifese, apparentemente insignificanti, ma che invece racchiudono un inestimabile valore: il massaggio amorevole che ridona il respiro a un pesce agonizzante, una tenera carezza che infonde calore alla pelle di una bambina cerebrolesa… La rondine, anche se con un’ala spezzata, ama troppo la vita per lasciarsi morire, e una volta guarita torna a librarsi nell’aria. Arianna Amaducci ha spiccato il volo come scrittrice, e io sono fiero di aver offerto il mio piccolo contributo allo schiudersi di questo prodigio.
Solo attraversando il più intenso dei dolori, la peggiore delle paure, il più profondo sconcerto, la più acuta disillusione, si arriva veramente al fondo di sé, ci si spoglia di tutte le maschere, e si resta nudi come bambini, puliti come coloro che non esistono e che non possiedono niente, puri come chi non ambisce a nulla, nuovi come chi non sente il desiderio di ricominciare, tranquilli come chi non deve aspettare. Molte volte ho ripreso da capo la mia vita senza accorgermi che, in effetti, il mutamento che apportavo era solo un cambiarsi d’abito, e mi sono accostata alle mie speranze e ai miei sogni con la certezza che li avrei raggiunti, che ce l’avrei fatta, che sarebbe stata la volta buona. E regolarmente ogni volta mi sono infranta su completi disastri e fallimenti. Io non so capire gli altri e non so farmi capire dagli altri. Ho sempre avuto un forte bisogno di conferme dalle persone che mi sono state intorno, necessità di apprezzamenti, di riconoscimenti, come se tutte le mie azioni non avessero valore in quanto tali, ma solo agli occhi degli altri. Sono sempre andata incontro alle persone che via via ho conosciuto, sempre affamata del consenso altrui, sempre condizionata dall’attenzione che gli altri erano disposti a concedermi. Per questo motivo mi sono trasformata in una persona dal carattere accondiscendente, tranquillo e refrattario ai litigi, ma la mia tensione interiore, la mia profonda insicurezza, il non vedermi e il non conoscermi se non riflessa negli occhi di qualcun altro, ha finito per rendermi troppo esigente. La mia totale disponibilità, la mia totale abnegazione in tutto quello che ho affrontato – lavoro, relazioni interpersonali, amicizie, legami sentimentali e sessuali – diventava così difficile da contraccambiare che, dopo un certo lasso di tempo, ognuno si è allontanato da me, in apparenza non per colpa mia, sempre senza accuse precise, senza litigi: così, solo per il fatto che ero insostenibile. Io non so camminare sulle mie gambe, non so stare da sola. Se non ho una persona alla quale pensare, se non ho qualcuno a cui scrivere poesie, se non ho qualcuno da aspettare, io non mi sento viva. Oggi io ho rotto i rapporti con il genere umano. Non chiederò più amore a nessuno. Non mi aspetterò più di essere cercata, compresa, capita, apprezzata, amata, perché io non rappresento nulla di tutto ciò. Questo è il mio karma. Oggi lo vedo chiaramente e lo accetto. Non desidero più morire. Desidero vivere così, da sola come in effetti sono, facendomi compagnia, senza aspettare niente, senza dare niente. Così non mi sentirò più incompresa e rifiutata. Non coinvolgerò più nessuno nella mia vita, non deluderò e non asfissierò più nessuno. Scruterò nella mia mente, scoprirò quello che c’è dentro. Capirò quello che sono, quello che faccio e cosa devo aspettarmi dai miei comportamenti. Se poi qualcuno richiederà qualche cosa da me, se riuscirò, gliela darò: qualche pensiero, qualche illuminazione, affetto e amore fisico per Dana. Ma non c’è null’altro dentro di me se non la certezza che comunque questo mio essere ha un senso, anche se non lo vedo e non lo capisco, e che la mia preghiera di protezione per le persone che mi stanno accanto ha un valore, ha un’effettiva necessità, perché io ho la capacità di assorbire il dolore degli altri, ho la capacità di trasmettere energia positiva. Questo farò, ma null’altro, per il momento, finché la luce non avrà scostato le cortine del buio che mi avvolge, buio nel quale cerco una certezza. Avendo elargito tutto sempre a tutti senza ricavarne mai niente di positivo, avendo cercato e offerto tantissimo amore senza mai essere ricambiata e senza che nessuno si sia sentito amato da me, senza che nessuno sia stato felice grazie a me, ora vedo: quello che devo fare è stare con me, non dare nulla, non chiedere nulla, non aspettarmi nulla da nessuno, vivere del sole che splende, della pioggia che cade, della terra che produce i suoi frutti, delle parole che mi sgorgano da dentro, del senso di appartenenza a un genere che non capisco ma del quale occasionalmente faccio parte, aspettando senza desiderarlo l’ultimo giorno della mia vita. Non devo desiderare più nulla, non devo avere più bisogno di nulla e, come sono veramente riuscita a fare, non devo avere più nulla e più nessuno, affermando comunque che la mia vita ha un valore. Sono l’espressione di una legge infinitamente saggia che in me trova un senso e una necessità: semplicemente vivrò, come specchio di una mente sconvolta che afferma la sua unica verità… Comincio oggi questo mio racconto, nella Chiocciolina, la mia roulotte. Il 17 aprile ero qui, a Gabicce Monte, in campeggio, lontana dai miei figli e dalla mia casa. L’avevo incontrata su un forum telematico. Anzi, lei aveva cercato me. C’eravamo annusate da lontano. Era il 19 marzo. Il giorno dopo, c’era stato il nostro primo colloquio telefonico. — Siamo sulla stessa barca, facciamo un tratto di mare insieme? Al telefono la sua voce era un cono: penetrava a fondo nelle mie diramazioni nervose e di lì percorreva tutto il mio corpo, tutto il mio essere. Devo vederla, avevo pensato. Più di cento chilometri ci separano: prendo un autobus per la stazione, e appena arrivata salto sul treno in partenza sui binari. Un viaggio frenetico verso un incontro già scritto nel nostro futuro. Io dietro la locomotiva che spingo: corri, trenino scalcinato, corri, verso un amore che mi sta già trafiggendo le vene con mille invisibili aghi… Un presentimento di vita. Arrivo, finalmente, e scendo dal treno mentre parlo al cellulare con lei, per incontrarci e riconoscerci. Non ci eravamo scambiate neppure una foto: un incontro completamente al buio. Ma lei chi è? Eccola! No… Non è lei, non è lei. Sì, bella donna, ma non è lei. Dana mi guarda un attimo, poi distoglie lo sguardo da me. Ecco, penso, le faccio schifo… Un sorriso di circostanza: — Avrai bisogno di qualcosa… — Sì, del bagno, e ho sete. Al bar le apro la porta, galante: sono o non sono un gentiluomo? E la faccio passare davanti a me. Il suo sedere mi cattura lo sguardo. Penso: beh, almeno ha un sedere bellissimo… Poi in macchina. Lei guida e parla, non mi guarda mai, ma ogni tanto colgo un guizzo dei suoi occhi che indugiano su di me e poi immediatamente scivolano via. Il suo odore mi avvolge. Dolce e naturale, aspro e selvaggio. Penetrante come una lama. Sento un flusso di vitalità concentrarsi nella mia mano che si posa senza che io lo decida sulla sua, intenta a manovrare il cambio. Un brivido la percorre tutta, la scuote. Ecco, mi innamoro. Lei si innamora. Tra le nostre dita il nostro cuore fa le capriole. Dopo neppure un mese sono già vicino a lei, per vivere una storia che la distanza sembrava rendere impossibile. Una decisione immediata che si è fatta strada nella mia mente. Neppure un dubbio: andare, partire. Dana ha una vita piena, da donna sposata che lavora. Il tempo riservato a me sono solo i ritagli tra un impegno e l’altro. Poi c’è Elisa, l’amica intima, l’innamorata di Dana che le ha detto che vuole essere solamente un’amica. Per questo motivo Dana ha cercato e trovato me. Per questo mi ha amato, perché era orfana del suo amore più grande. Dopo sei anni Elisa ha preso le distanze da lei, e questo l’ha ferita profondamente, come una lama affilata immersa nella sua carne. La mia presenza nella sua vita, però, ha cambiato Dana. L’ha liberata in parte dalla catena psicologica che Elisa le stringeva fortemente al collo. Elisa, di conseguenza, si è sentita sbilanciata, e si è sporta per afferrare di nuovo quella sicurezza che aveva scansato, perché soffocata dai sensi di colpa e dalle incerte valutazioni sulla propria vita. Elisa è una donna complicata e involuta. Dana così è tornata da lei, docilmente, precipitosamente. Spaventata ma felice. — Non ti amo —, mi aveva detto. — Amo lei. Starei con te solo per il sesso. Ma io ero già là, con la mia vita tra le mani per lei, con l’offerta più dolce e più forte, più completa, più inutile. E le ho detto ancora un sì.
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